Alessandro Alongi scuote la politica capitolina: “Rimettere al centro non solo chi non ha nulla ma anche chi lavora e stenta ad arrivare a fine mese”
Un tempo il lavoro era sinonimo di sicurezza, il confine invalicabile che teneva lontana l’indigenza. Oggi, nella Capitale, non è più così. A Roma si sta consumando un paradosso silenzioso: quello dei “lavoratori poveri” e di un ceto medio – che per un evidente errore di percezione o un amaro gioco di parole potremmo definire “cento medio”, quasi a indicare le cento difficoltà quotidiane – scivolato in una terra di nessuno burocratica. Troppo “ricchi” per lo Stato per meritare un aiuto, troppo poveri per far fronte a un costo della vita ormai proibitivo.
A scuotere il dibattito politico capitolino è Alessandro Alongi, Consigliere del Municipio Roma XII e Presidente della Commissione Politiche Sociali del parlamentino di via Fabiola, che propone una svolta radicale nel welfare locale attraverso una misura specifica “SalvaStipendio”. Lo abbiamo intervistato per capire come funziona – almeno nelle aspettative – questa misura e perché la politica non può più girarsi dall’altra parte.
Consigliere Alongi, partiamo dal titolo di questa emergenza. Chi fa parte, oggi, di questa “fascia grigia” che voi definite il nuovo ceto medio impoverito?
«Parliamo di cittadini normalissimi. Persone che hanno un impiego a tempo pieno o contratti part-time e precari, ma con stipendi da fame, magari da 700 o 800 euro al mese. O magari uno stipendio medio, da 1400 euro, ma sono separati e con figli a carico. Oggi a Roma il lavoro ha smesso di essere un argine automatico contro l’indigenza. Il ceto medio è allo stremo: costa tutto troppo. Viviamo un paradosso inaccettabile: se sei senza lavoro lo Stato ti garantisce, giustamente, una rete di sussidi; se invece ti spacchi la schiena per una paga minima, per la burocrazia sei considerato “ricco”, anche se non arrivi alla terza settimana del mese (e di conseguenza non hai diritto a nulla). Sostenere chi si trova in povertà estrema è un dovere civile, ma non possiamo dimenticare chi lavora e stenta ed è fuori da tutto.»
Lei dice che, dal suo osservatorio privilegiato di Presidente di Commissione, ha notato che molti romani lavoratori hanno persino smesso di fare l’ISEE. È davvero così?
«Sì, moltissimi nostri concittadini hanno rinunciato. Sanno già che, avendo un’entrata seppur minima, o magari la casa lasciata da nonna dove adesso vivono, verranno esclusi da qualsiasi aiuto o esenzione, finendo per pagare ogni servizio a tariffa intera, dall’accesso alle misure di integrazione al reddito fino alle esenzioni sanitarie. L’ISEE nazionale fotografa una ricchezza virtuale che a Roma non esiste nella realtà. Considera “benestanti” famiglie che fanno i salti mortali, costringendole a pagare le stesse tariffe di chi è ricco davvero. Davvero la politica pensa che a Roma una famiglia che guadagna poco più del minimo sia “agiata”?».
Qual è il limite strutturale delle attuali misure nazionali e comunali?
«Come dicevo prima gli strumenti di sostegno alle famiglie ci sono, ma valgono per chi ha zero, non per chi lavora. Gli strumenti nazionali come l’Assegno di Inclusione (AdI), che ha sostituito il Reddito di Cittadinanza, sono estremamente rigidi e selettivi. Non basta avere un ISEE inferiore a 10.000 euro. Se in una famiglia ci sono solo adulti abili al lavoro tra i 18 e i 59 anni, il nucleo riceve zero, anche con reddito pari a zero. Per accedere all’AdI lo Stato richiede la compresenza di requisiti legati alla composizione del nucleo (minori, anziani o disabili). Bonus energia, bonus trasporti, bonus affitto ecc., valgono per chi non ha nulla, non per chi ha un’entrata, seppur minima. A livello comunale, invece, siamo ancora ancorati alla storica Delibera n. 154 del 1997 per i sussidi straordinari, focalizzata solo sulla povertà estrema e costantemente priva di fondi nei bilanci municipali. C’è un vuoto sociale enorme tra la soglia del nulla e la vita dignitosa.»
Di quante famiglie romane parliamo?
Quasi un quarto dei contribuenti romani, il 23% per l’esattezza, vive con meno di 10.000 euro all’anno. Parliamo di circa 400.000 persone che si trovano sotto la soglia dei 10.140 euro, il limite entro cui lo Stato riconosce formalmente lo stato di povertà e fa scattare tutele come l’Assegno di Inclusione. Il vero dramma invisibile inizia però subito dopo, in quella che chiamiamo la “fascia grigia”. C’è un ulteriore 10% di cittadini – circa 200.000 romani – che guadagna tra i 10.000 e i 15.000 euro all’anno. Lavorano, ma sono totalmente esclusi dai sussidi nazionali perché per la burocrazia non sono abbastanza poveri. Se a questi aggiungiamo quel 23% di contribuenti sotto i diecimila euro, ci rendiamo conto che oltre 1/3 della città è composta da persone che galleggiano o arrancano. È questo il cuore del problema: il ceto medio a Roma sta scivolando verso la vulnerabilità senza alcuna rete di salvataggio.»
È qui che si inserisce la sua proposta: il “SalvaStipendio”. Di cosa si tratta?
«E’ necessario trovare uno strumento capace di “integrare” lo stipendio del ceto medio, di quei 200.000 romani che lavora ma è escluso da tutto. A differenza del welfare tradizionale, questa integrazione – “SalvaStipendio” appunto – non è una rete di salvataggio per l’estrema marginalità, ma un dispositivo di stabilizzazione economica rivolto a chi un lavoro ce l’ha già, ma è un lavoro povero, sottopagato, precario, insicuro. Una misura che non vuole sostituirsi allo stipendio, ma integrarlo, agendo come un cuscinetto protettivo contro l’inflazione locale, il caro-affitti, la necessità di accedere alle cure privatamente per la cronica difficoltà del Servizio Sanitario di garantirle e la perdita del potere d’acquisto. Se una famiglia lavora ma guadagna meno della “soglia di vita dignitosa” calcolata specificamente per la città di Roma (che è molto più alta di quella nazionale), il Comune interviene, così che integrando gli introiti mensili così che nessuno sia più costretto a scegliere tra pagare l’affitto e fare la spesa, o rinunciare a curarsi per far quadrare i conti di casa. Vogliamo garantire che chi lavora onestamente possa contare su una base economica solida per vivere con dignità e serenità nella propria città, azzerando quell’ansia e quello stress quotidiano legati all’insicurezza alimentare e finanziaria che oggi stanno schiacciando migliaia di famiglie romane.»
Quante famiglie beneficerebbero di questa misura?
«In base alle nostre stime basate sulle presentazioni delle ultime dichiarazioni dei redditi e ISEE a Roma, abbiamo isolato la “fascia grigia” escludendo il 40% di povertà assoluta sotto i 10.000 euro, che è già parzialmente intercettata dallo Stato. La platea del “SalvaStipendio” si attesta tra l’8% e il 9% dei nuclei romani: parliamo di un bacino reale compreso tra i 30.000 e i 40.000 nuclei familiari. Una scala dimensionale ed economica individuata con rigore scientifico.»
Ma non rischiamo che una misura del genere sia vista come una forma di assistenzialismo municipale a fondo perduto? E, soprattutto, non c’è il rischio che, avendo un’integrazione al reddito, la gente sia indotta a lavorare di meno o a fare meno ore per ottenere una quota di sussidio più alta?
«Niente affatto, ed è proprio la matematica della misura a scongiurare questo rischio. Non parliamo di assistenzialismo, ma di un investimento sulla dignità del lavoro. Il modello a cui ci ispiriamo esiste già e risponde perfettamente a questa possibile obiezione: in Francia si chiama “Prime d’activité”. La misura francese è stata studiata a tavolino con un principio cardine: il calcolo dell’integrazione è decrescente e proporzionale, il che significa che più lavori e più guadagni, più lo Stato ti premia, fino a una soglia limite. Non conviene mai lavorare di meno per avere più integrazione, perché la perdita del salario lordo non verrebbe mai compensata dal sussidio. Il meccanismo è strutturato proprio per fare in modo che l’attività lavorativa sia sempre economicamente più vantaggiosa del non lavoro o del lavoro ridotto. La norma SalvaStipendio riprende esattamente questa filosofia, calata nella realtà di Roma Capitale. Non stiamo regalando soldi a chi resta sul divano: per prima cosa, la misura si rivolge esclusivamente a chi un’occupazione ce l’ha già e produce reddito. In secondo luogo, l’erogazione del contributo è tassativamente condizionata alla partecipazione attiva del cittadino a progetti comunitari, di economia sociale e solidale o di rigenerazione dei nostri quartieri. Chi riceve questo cuscinetto contro l’inflazione restituisce il proprio tempo e le proprie competenze alla collettività. È un patto di reciprocità: il Comune ti aiuta a difendere il tuo potere d’acquisto, e tu aiuti la tua città a migliorare.»
Un piano ambizioso. Ma dove si trovano i soldi in un bilancio complesso come quello di Roma Capitale?
«L’architettura finanziaria che abbiamo studiato non crea nuovo debito, ma ottimizza e fa convergere fondi esistenti. A regime la dote finanziaria necessaria sarebbe di circa 70-80 milioni di euro, da prendere dai Fondi Europei (FSE+) il Fondo Nazionale Povertà e dal Bilancio comunale, magari accorpando e superando la logica dei piccoli “bonus una tantum” frammentari.
Una riflessione sarebbe giusto farlo dagli enormi introiti legati al turismo, la vera ricchezza di Roma. Faccio solo un esempio: a febbraio 2026 la Fontana di Trevi è a pagamento per tutti i turisti (2 euro). il 2 febbraio 2026, primo giorno dell’introduzione del ticket, si sono registrati 6.400 ingressi paganti, incassando oltre 12.000 euro nelle prime 24 ore. La prima settimana, nonostante il maltempo e il periodo di bassa stagione, la Fontana voluta da Clemente XII ha registrato circa 50.000 ingressi, traducendosi in circa 85.000 euro di incassi. Il primo mese gli ingressi totali a pagamento sono stati quasi 230.000, con più di 600.000 euro di incassi. La stima annuale degli introiti elaborati dal Campidoglio sono tra i 6 e i 7 milioni di euro all’anno.
Ecco le risorse aggiuntive per finanziare la misura. Perché un turista a Roma può godere gratuitamente di un patrimonio artistico e monumentale immenso, unico al mondo? È una questione di equità. Il turismo a Roma genera numeri straordinari, ma consuma anche la città, i suoi servizi e i suoi quartieri, rendendo difficile la vita proprio al ceto medio che esce di casa la mattina per andare a lavorare. È giusto che quella ricchezza venga redistribuita per sostenere i cittadini che qui vivono e lavorano. Vincolare una quota dell’imposta di soggiorno o rendere a pagamento per i non residenti l’accesso a determinati siti significa fare una scelta politica chiara: utilizzare l’economia del turismo come un motore di equità sociale, trasformando i flussi turistici in una risorsa concreta per proteggere il potere d’acquisto delle famiglie romane che oggi sono in affanno.»
Quali sono i prossimi passi per trasformare l’idea in realtà?
«E’ necessario avviare una fase sperimentale pilota applicata almeno su 3 Municipi della Capitale per calibrare i flussi amministrativi e verificare l’impatto sul reddito reale prima del lancio cittadino. Il costo del modello pilota sarà tra i 12 e i 15 milioni di euro, a seconda delle caratteristiche dei territori scelti. L’obiettivo finale è chiaro: ridurre drasticamente l’ansia, lo stress legato alla povertà e l’insicurezza alimentare che stanno schiacciando la classe media romana. È tempo di invertire la rotta.»
