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Il piacere dell’attesa: solidarietà al Teatro 7

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C’è un tempo che non si misura in ore, ma in suggestioni e in respiri.

È il tempo della pausa, dell’ascolto, della sospensione. È il tempo in cui la parola non è indispensabile e il silenzio diventa eloquente.

A volte può essere il tempo della risata. Altre volte quello della malattia, per poi passare a quello della guarigione – quando arriva –, o della comprensione, se la parola “recupero” rimane una promessa mancata.

«Il piacere dell’attesa», scritto da Michele La Ginestra e diretto da Nicola Pistoia, in scena al Teatro 7 fino all’11 gennaio, è un caleidoscopio che svela le diverse tonalità del concetto di tempo.

Il messaggio si infila senza alzare la voce: morbido, gentile, eppure inequivocabile. Commuove senza ricattare, tocca senza indulgere, osa con una delicatezza che sa farsi, all’occorrenza, sottilmente insolente. È una parola che non cerca vie di fuga: arriva dritta, e una volta arrivata, resta.

La sera del 20 dicembre, poi, il Teatro 7 è stato anche lo strumento per veicolare, tramite il linguaggio della pièce divertente e comunicativa, l’idea che sottende al progetto di solidarietà nato dall’iniziativa di Monica e Stefano Dell’Atti, una coppia che è stata in grado di compiere l’operazione più difficile: convertire il dolore privato legato alla perdita della figlia in una possibilità condivisa.

La loro giovane Ludo, scomparsa troppo presto, non viene evocata come assenza, ma come traiettoria interrotta che chiede di essere proseguita. Il sogno della liceale – un anno di studio negli Stati Uniti – è il nucleo di un progetto che guarda avanti: un programma scolastico negli USA destinato a studenti meritevoli e motivati, per i quali l’ostacolo economico rischierebbe altrimenti di essere definitivo.

In sinergia con Intercultura, associazione attiva nell’ambito della mobilità scolastica internazionale, il progetto promuove la raccolta di fondi per dare la possibilità ad altri ragazzi di poter seguire le proprie aspirazioni. Ed è in questo contesto che la memoria non è celebrazione, ma azione e continuità.

L’intelaiatura teatrale si conferma il luogo ideale per accogliere il significato dell’iniziativa, e «Il piacere dell’attesa» diventa così la cornice perfetta.

Il lavoro parla del tempo e del desiderio di sottrarlo alla frenesia del quotidiano. Si corre tutto il giorno, si corre sempre. Si corre per non perdere tempo, per recuperare del tempo, salvo poi accorgersi di non avere tempo per nulla, neanche per godersi una serie televisiva o per cucinare. Si permette che il tempo venga scandito dalla professione, dalle aspettative altrui, da affetti invadenti, dalle proprie briglie mentali.

Ed è proprio su questa materia fragile e scivolosa che si innesta il testo scritto dall’artista romano. Uno spettacolo che non pretende di insegnare, ma suggerisce; non impone una verità, ma apre uno spazio di riflessione.

Camilla Rossi è una manager in carriera che rincorre le ore con ostinazione fra una riunione ed un evento, dimenticando di abitare veramente la dimensione dell’oggi, che le sfugge di mano. L’incontro con Giacomo Verdi, un vivaista tutto particolare che discorre con le sue amate piante vivendo una realtà cadenzata dai ritmi della natura, la costringe a fare i conti con il mondo dell’ascolto interiore.

Fra il tempo di Camilla e di Giacomo, se ne inserisce un terzo, quello di Aldo, quarantenne bloccato all’infanzia le cui giornate sono definite da una mamma chioccia, un po’ invadente e un po’ protettiva.

L’insoddisfazione di Camilla è destinata ad uscire allo scoperto. La frustrazione celata della donna è un rumore di fondo da ignorare finché non deflagra in modo assordante.

Camilla e Giacomo manifestano una reciproca ostilità, non si comprendono, ma le circostanze li aiuteranno a capire di essere destinati ad incontrarsi veramente, a realizzare una perfetta sovrapposizione delle loro unicità.

Michele La Ginestra si muove con scioltezza nei meandri di un testo che gestisce con disinvoltura, dettando i ritmi e coordinando con sicurezza i tempi. Modula con grazia le sfumature, trasformando la leggerezza più comica in un momento di partecipazione emotiva. Al suo fianco, due ottimi interpreti: Manuela Zero, che gestisce bene i cambiamenti di registro che il suo ruolo richiede; Francesco Stella, che restituisce una spassosa e garbata versione di un uomo dall’intelletto un po’ lento, ma sensibile ed attento.

È facile lasciarsi attraversare da questo lavoro che ha il pregio della misura: delicato, gentile, elegante, sorretto da un umorismo mai urlato, dal sapore autentico.

Si assaporano le parole, la gestualità, gli scambi di sguardi, l’atmosfera, la musica. Restano attaccati addosso i frammenti di emozioni, sedimentano le immagini e le sensazioni che chiedono di essere ricomposte con calma.

Ed è così che si trova il modo per capire che quel prosciutto “trafilato al bronzo”, magari prodotto in una pasticceria abruzzese, può essere gustato se si ha abbastanza immaginazione, serenità e capacità di attendere.

Per fortuna che c’è il teatro, il luogo in cui il tempo rallenta, talvolta si arresta del tutto – fosse anche solo per la durata di una commedia – e ciò che resta fuori, il telefono, la fretta, il rumore, smette di reclamare attenzione.