L’ANTICA ARTE DEL TIRO CON L’ARCO
di Antonello Cavallotto
Sabato 28 febbraio presso il Dojo Wajsekan ha portato i suoi saluti, accompagnato da Antonello Cavallotto, istruttore di spada giapponese, il Maestro Alessandro Colonnese del Dojo Tempio delle Arti Marziali. Alcuni cenni storici vedono In epoca antica dare molta importanza alla “via dell’arco e della freccia” (kyusen no michi), considerate le armi base del guerriero giapponese. In un famoso testo composto intorno al 1120 (fine del periodo Heian), il Konjaku Monogatari, troviamo moltissimi riferimenti al tiro con l’arco nei racconti riguardanti le gesta di guerrieri nipponici. Con la sua codificazione il kyudo si fa anche rituale e da quel momento l’obiettivo della disciplina fu la ricerca di unità tra lo spirito e la tecnica.

L‘arciere che si appresta al tiro procede per fasi. Per primo si posiziona in linea col bersaglio, poi assume la corretta postura del busto e del corpo. Mentre con una mano regge l’arco, con l’altra afferra la corda, il tutto mantenendo lo sguardo fisso sul bersaglio. A quel punto il praticante di kyudo solleva l’arco e tende la corda. Questa fase è particolarmente importante: chiamata nobiai, il praticante cerca di raggiungere la massima estensione orizzontale e verticale del proprio corpo. Se ci riesce la tensione prodotta non è solo fisica ma anche ricca di energia spirituale, in cui il momento di maggiore concentrazione (Yagoro) è anche il momento per scoccare.

Si giunge così alla fase detta hanare, ovvero “rilascio”. Fino a questo punto l’arciere ha saputo estraniarsi dal resto del mondo e concentrarsi solo su di sé, sul proprio arco, sulla freccia e sul bersaglio da colpire. Al praticante è richiesto di mantenere il controllo e il distacco da come o meno andrà la freccia. Oggi in Giappone, come anche in molte altre parti del Mondo, le persone praticano Kyudo per esercitarsi a dominare il corpo e la mente.
