In scena non c’è soltanto un attore che celebra quarant’anni di carriera: c’è un uomo che si racconta, attraversando il proprio tempo artistico e umano con la consapevolezza di chi ha imparato che il teatro non coincide con la perfezione, ma con la verità. E se il mondo dello spettacolo, con le sue luci, può talvolta inebriare ed esaltare, la vicinanza dei legami autentici può insegnare a restare saldamente con i piedi per terra, custodendo uno sguardo vigile su sé stessi e sulla vita.

Al centro della festa c’è Michele La Ginestra che torna al Sistina, il tempio che ha consacrato la propria identità scenica, con un nuovo spettacolo. «Mi pare ieri», diretto da Roberto Marafante, è un racconto che ripercorre i quarant’anni di carriera che hanno segnato la parabola ascendente dell’artista romano tra memoria, comicità, musica e incontri.

Sul palco, al suo fianco, ci sono i figli – Alessandro e Luca –, insieme ad attrici e collaboratori con cui ha costruito nel tempo un percorso comune, tra cui Sergio Zecca, Ilaria Nestovito e Brunella Platania.

In filigrana, poi, si è intravisto anche chi non c’è più, ma continua a vivere nei ricordi condivisi di percorsi personali o professionali, ammesso che fra le due dimensioni non ci sia soluzione di continuità. Il racconto autobiografico al centro di questo nuovo lavoro è diventato una sorta di dialogo generazionale e l’inserimento di brani del più piccolo dei La Ginestra – oltre a quelle di Emanuele Friello – ha aggiunto una dimensione ulteriore, quasi un controcanto emotivo che ha intrecciato la memoria privata al racconto pubblico.

Lo spettacolo prende avvio con un ingresso inusuale: il festeggiato arriva di corsa, colto apparentemente alla sprovvista dall’annuncio che lo chiama con un anticipo inatteso. E basta questo breve scarto iniziale per creare complicità con il pubblico.

Ed è da una delle abitudini più fastidiose per chi vive il palcoscenico — il cellulare che si illumina o squilla durante la rappresentazione — che prende avvio la serata. La Ginestra trasforma la sua fisiologica irritazione in comicità e riesce nell’impresa non scontata di parlare a tutti senza mettere nessuno sotto accusa. Ed è così che, con naturalezza, i singoli si ritrovano a fare ciò che normalmente accoglierebbero con freddezza rituale: spegnere il telefono, attivare la modalità aereo. In fondo recepiscono che viene solo suggerito loro di lasciare fuori il rumore del quotidiano per rilassarsi e godersi due ore di relax.

La Ginestra conosce perfettamente il linguaggio della scena e quello della platea. Crea empatia con il suo pubblico, ride delle imperfezioni, provoca senza forzare, dissemina significati anche nei passaggi più leggeri e costruisce un dialogo continuo con chi assiste. L’attore osserva il pubblico con l’occhio ironico di chi il teatro lo vive ogni sera e ne conosce umori, rumori, abitudini e sfumature. Così ogni giorno finisce per avere il suo spettatore tipo: quello del martedì e del mercoledì, considerato il migliore cui fa da contraltare quello del giovedì, il più complicato; quello del venerdì, che arriva carico di aspettative quasi rituali per lasciare il passo all’astante del sabato, connotato da una forte ricerca della distrazione. Si arriva infine al pubblico della domenica, anziano, caloroso, fin troppo partecipativo e spesso irresistibilmente impertinente. Un piccolo campionario umano raccontato con leggerezza e affetto, nel quale è impossibile non riconoscere almeno un frammento di sé.

La narrazione si allarga naturalmente al viaggio professionale, pretesto della pièce: gli inizi incerti e claudicanti, affrontati con ostinazione e autoironia, la popolarità televisiva arrivata grazie a Beato fra le donne, i primi approdi nel cinema e nella fiction, l’incontro con Pingitore e quello ancora più decisivo con Pietro Garinei, figura fondamentale nel processo di definitiva consacrazione teatrale. Tappe restituite con orgoglio al netto di trionfalismi, con la solida lucidità di chi guarda al proprio cammino come ad una continua occasione di crescita, fatta di intuizioni, alti e bassi, ripartenze, conferme.

Oltre al brano tratto da Due di notte, costruito su ritmi comici impeccabili e capace di sprigionare tutta la naturalezza di un umorismo mai urlato con il collega storico Sergio Zecca, si impone all’attenzione il passaggio su Rugantino. Ciò che emerge è un intreccio di emozioni che finiscono per sovrapporsi e confondersi in qualcosa di unico: la felicità per il traguardo raggiunto, il senso di responsabilità verso un personaggio simbolo, la realizzazione di un sogno inseguito sin dall’adolescenza, la gratitudine, la sfida personale derivante dalla necessità, oltre che dalla opportunità, di misurarsi con un ruolo tanto amato. Su tutto poi, aleggia il senso di appartenenza ad una nuova famiglia, quella del Sistina, luogo che più di ogni altro custodisce la memoria e l’anima della commedia musicale italiana.

E proprio in questo mix di ricordi, trova posto una riflessione sul rapporto tra imperfezione e autenticità. Si racconta che il Maestro Armando Trovajoli scuotesse spesso la testa davanti agli interpreti che si sono succeduti nel ruolo della maschera romana, nessuno dei quali è mai risultato possedere un timbro capace di scuotere lo spazio. Eppure, è forse proprio questa la forza del personaggio. In quella partitura musicalmente perfetta, la voce non levigata, l’intonazione non impeccabile, hanno sempre introdotto un elemento spurio in grado di rompere l’eleganza astratta della composizione per restituirle vita.

Rugantino non seduce per bravura vocale, piuttosto convince per umanità. È quella sua fragilità a renderlo credibile.

Chi è presente lo intuisce: nelle pieghe di un tessuto ricco di risate e sfumature, è destinato ad arrivare anche un momento di commozione. Ed ecco allora il racconto di due bambini che giocano a palla e vengono improvvisamente colti di sorpresa dall’irruzione della guerra: un frammento che, nella sua essenzialità, richiama con forza il valore della pace e dell’abbraccio come gesti primari di umanità.

I messaggi che ci portiamo a casa sono tanti: la potenza dei sogni, il rispetto per se stessi e per gli altri, la tenacia, la fedeltà ad un ideale. E poi ancora, la consapevolezza che il teatro non è solo evasione dalla realtà, ma anche un modo diverso di attraversarla. È magia e verità, fragilità e rinascita. Non cura il dolore cancellandolo, ma insegna che vi si può respirare dentro, dando ospitalità alle proprie ferite, farne un bagaglio personale cui attingere per vedere il mondo con rinnovato stupore.

La speranza è che questo lavoro, in scenda dal 21 al 24 maggio, sia stato solo un antipasto in attesa di una collocazione più ampia nel cartellone della prossima stagione.